Un cielo blu genziana

über Un cielo blu genziana von Mattia Cavadini

Una sorta di racconto iniziatico. Questo è Un cielo blu genziana, l’ultima pubblicazione di Mattia Cavadini, che arriva dopo quasi dieci anni di silenzio. A spingere Cavadini a tornare alla narrativa è un tema di forte attualità nel Ticino di oggi: l’invadente cementificazione, che colpisce una parte sempre più ampia del fondovalle, in cui «il cemento è come la nebbia, non conosce argini, pervade e inghiotte ogni cosa» (p. 9). Il racconto, un omaggio a Tita Carloni (1931-2012), «architetto e maestro», una vita in prima fila nel denunciare lo scempio del nostro territorio, è costruito su una contrapposizione fin troppo chiara tra un basso – il fondovalle, la città in generale – e un alto immaginato sopra le nuvole, in una sorta di purezza blu genziana. Spronato da una frase sibillina udita dal maestro («sotto la nebbia sarà tutto cemento, sopra vivranno gli animali e coloro che ad essi si adegueranno»), l’io narrante decide di lasciare la città e di partire in montagna. Una salita-elevazione in cui incontrerà alcuni personaggi che hanno fatto la sua stessa scelta, ognuno con le proprie riflessioni e le proprie verità. Personaggi senza sfumature, assoluti, come assoluta è tutta l’impalcatura del racconto, che ricorda in quest’aspetto il romanzo d’esordio di Cavadini, Inganno turrito (Casagrande, 1995), e che si conclude nell’ultimo capitolo con una sorta di visione che chiama in causa l’uomo: «siamo noi il peccato originale, noi con la nostra incapacità di essere felici, di vivere a fondo il tempo […]. Il peccato originale sta nel nostro introdurre la morte nella vita» (p. 60).

(Matteo Ferrari, Viceversa ha letto…, 11.03.2015)

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