Alfonsina Storni oggi. Dai “Poemas de amor” alle “Cronache da Buenos Aires” (Casagrande, 1988-2023)
Die 1988 bei Casagrande erschienenen Poemas de amor von Alfonsina Storni (1892-1938) sind bei Casagrande in einer neuen Ausgabe erschienen, die den Übersetzungen von Augusta López-Bernasocchi Illustrationen von Katia Piccinelli zur Seite stellt. Wenige Jahre nach den Cronache da Buenos Aires – die Casagrande 2017 publizierte – zeugt diese neue Ausgabe vom wiedererwachenden Interesse für die argentinische Dichterin und Journalistin, die mit ihrem kraftvollen, modernen Gedankengut noch heute überrascht und fasziniert. (np Übers. rg)
Pubblicati da Casagrande nel 1988, i Poemas de amor di Alfonsina Storni (Sala Capriasca 1892-Buenos Aires 1938) sono stati riediti lo scorso anno in un volume che alle traduzioni di Augusta López-Bernasocchi affianca una serie di illustrazioni di Katia Piccinelli. Apparsa pochi anni dopo le Cronache da Buenos Aires – pubblicate, sempre da Casagrande, nel 2017 –, questa nuova edizione, che ripropone una silloge del 1926, testimonia di un rinnovato interesse per la figura della poeta e giornalista argentina, un interesse che, oltre che in Ticino (1), terra d’origine rievocata in una delle Cronache, si è manifestato in Svizzera in area germanofona, come dimostrano le numerose traduzioni apparse a Zurigo negli ultimi decenni (molte delle quali pubblicate in anni recenti grazie al lavoro di Hildegard E. Keller) (2). Divenuta già in vita un vero e proprio mito in Argentina, Alfonsina Storni è di fatto figura che affascina, non solo per la singolarità della sua vicenda, in controtendenza rispetto alle consuetudini dell’epoca – si ricordano, tra i numerosi episodi rievocati da Beatriz Sarlo nella ricca prefazione che apre il volume, la rinuncia al posto di maestra nella provincia di Santa Fe e il successivo trasferimento a Buenos Aires; la decisione di crescere il proprio figlio da sola in una città che non conosce; la conquista di uno spazio all’interno di riviste e giornali, mondo a quei tempi quasi esclusivamente riservato agli uomini; la decisione di mettere fine ai suoi giorni per non vedere la propria libertà compromessa dalla malattia –, ma anche, e soprattutto, per la modernità di un pensiero che prende forma tanto attraverso le raccolte poetiche quanto attraverso gli scritti elaborati per rubriche e giornali.
Fortemente congiunta alla libertà e all’autonomia della sua figura, tale modernità nei Poemas de amor si lega essenzialmente alla rivendicazione del desiderio e del piacere, la quale apre la strada a una sensualità che nella lirica d’amore (specie in quella femminile) era stata spesso censurata. Un aspetto innovativo a cui si accompagnano anche lo stravolgimento dei ruoli e il ripensamento delle caratteristiche generalmente attribuite alla figura femminile, altri elementi di novità che sono tra gli aspetti di maggior interesse della raccolta – la quale, per altri versi, risulta invece ancora fortemente legata al linguaggio e alle forme della tradizione. Organizzata in quattro sezioni di diversa lunghezza intitolate Sogno, Pienezza, Agonia, Notte, la silloge, composta di 67 poesie in prosa contrassegnate da numeri romani, segue di fatto la parabola di un innamoramento, dall’attrazione iniziale alla passione alla separazione, alternando sentimenti e stati d’animo che si richiamano alla lirica d’amore più canonica; si va in effetti dall’esaltazione, alla gioia, alla tristezza, alla disperazione, rese attraverso una serie di immagini che sono a loro volta riconducibili a una tradizione fortemente codificata. Tra i principali topoi della lirica d’amore, vanno sicuramente ricordati, a questo proposito, il motivo della solitudine e della separatezza, reso attraverso la ricerca da parte dell’io di un isolamento attraverso il quale continuare ad alimentare il proprio amore («Fuori passa gente, risuonano voci… Ma tutto ciò mi sembra distante, lontano, come se avvenisse fuori dal mondo che abito», XII; «Cerco luoghi solitari. Mi rannicchio sotto gli alberi e di là con occhi cupi spio chi passa», LXIII); la ricerca del volto dell’amato negli elementi della natura circostante («Ti vedo in ogni cosa, tutto mi fa pensare a te. Ho alzato lo sguardo e sopra il tetto della casa vicina ho visto la vasca d’acqua corrente che viene dal fiume. Penso: forse ieri sei stato lungo la sua riva e le gocce che i tuoi occhi hanno guardato solo salite fin lassù», XLI); o ancora l’alternanza tra levità e pesantezza, gioia e sofferenza («In questo crepuscolo di primavera io volerei, sì, volerei. Se non fosse che il cuore – gonfio, greve, dolente, enorme – mi ingombra il petto, mi impedisce i movimenti, mi intorpidisce il corpo facendomi aderire alla terra dove vivi tu, oh mio!», V), aspetti che, come si legge nella prefazione, rinviano ancora a una «retorica tardo-romantica» che mantiene la poesia di Alfonsina Storni – caratterizzata da una lingua generalmente piana – al di qua delle innovazioni proposte dalle avanguardie di inizio secolo.
Se il legame con la tradizione è innegabile, è però significativo che nei Poemas de amor i topoi della poesia lirica vengano riletti in funzione di una vicenda personale che si rivela talvolta in grado di ravvivarli. Si veda per esempio come il richiamo tradizionale alla follia – conseguenza, in noti modelli letterari, della passione amorosa – si accompagni nel libro alla rivendicazione della libertà, alla dichiarazione di una gioia totale, assoluta, all’espressione, da parte dell’io lirico, della propria forza e autonomia, le quali rendono più reale, più vivido, un moto d’animo che rischiava altrimenti di venire appiattito e svuotato («Amo! Amo…! Voglio correre sulla terra e d’una sola corsa girarvi intorno per poi tornare al punto di partenza. Non sono pazza, ma lo sembro. La mia follia è divina e contagiosa. Scostati», XXIX). O ancora come, nell’undicesimo frammento, la rappresentazione topica dell’io consumato dalla passione amorosa sia rinnovata da un potente rimando all’ambito fisico – quasi allontanando l’innamoramento dalla dimensione spirituale a cui molta lirica d’amore tendeva a relegarlo («Sono in te. Mi prendi e mi consumi. In quel che guardi, in quel che tocchi, vai lasciando qualcosa di me. Perché io mi sento morire come una vena che si dissangua», XI). Come si diceva, la dimensione fisica, sensuale, è del resto uno degli elementi di maggior forza e novità della raccolta, la quale è punteggiata di riferimenti alla carne, al sangue, al corpo («Al di sopra di tutte le cose amo la tua anima. Attraverso il velo della tua carne la vedo brillare nell’oscurità: mi avvolge, mi trasforma, mi sazia, mi strega», VI; «Stai circolando nelle mie vene. Ti sento scorrere lentamente. Appoggio le dita sulle arterie delle tempie, del collo, dei polsi per toccarti», XIV; «Rifuggivo allora la tua bocca e, cercandoti la fronte, lasciavo scorrere lungo il tuo corpo abbandonato la corrente tremante e profonda della mia vita», LXVI), come pure di dichiarazioni che, se tendono a sovrapporre ambito fisico e dimensione spirituale, lasciano trasparire in maniera evidente le ragioni dei sensi e il desiderio fisico:
È mezzanotte. La città mi separa da te: dense masse nere, file di case, foreste di parole perdute ma ancora vibranti, invisibili nubi di microscopici corpi. Ma proietto la mia anima fuori di me e ti raggiungo, ti tocco. Tu sei sveglio e, sentendomi, trasalisci. E tutto quanto ti circonda trasalisce con te. (XXXI)
Oltre ai molteplici richiami alla carne e al corpo, che testimoniano di una certa libertà nei confronti della morale e dell’ideologia, si osserva poi nella raccolta un generale rovesciamento dei canoni. Molto distante dalle figure femminili dipinte dalla lirica tradizionale, i cui attributi sono in genere la grazia, il pudore, la riservatezza, l’io lirico di Alfonsina Storni si presenta di fatto come una figura forte, autonoma, sicura di sé e intraprendente (anche nel gioco della seduzione, generalmente riservato al genere maschile: «Talora, nelle mie lettere, ti parlai pure della mia mano che staccata dal mio corpo volava nella notte attraverso la città per trovarti. Se nella tua casa stavi cenando, non ti accorgesti della grande farfalla che, insistente, ti circuiva dinanzi allo sguardo tranquillo dei tuoi familiari?», XVI). Al contrario, alla figura dell’amato vengono assegnati tratti più tradizionalmente femminili, quali la «dolcezza», la «timidezza», il «pallore», la «purezza», che rompono con una rappresentazione più largamente diffusa.
Si oscilla così, in definitiva, tra una ripresa della tradizione e un allontanamento dai suoi «contenuti ideologici», con le parole di Beatriz Sarlo, il quale, se avviene all’interno di una poesia ancora fortemente codificata, consente talvolta all’io di mettersi a nudo (significativi i casi in cui esplicita tratti di sé anche meno positivi: «Mi confidai con te. Volevo mostrarti tutta la mia perversità, per costringerti ad amarmi com’ero», LVII) e alla poesia di aprirsi a momenti che, superando il luogo comune, l’immagine trita, svuotata, spiccano per la loro verità:
Non tornerai. Tutto il mio essere ti chiama, ma tu non tornerai. Se tornassi, tutto il mio essere che ti chiama ti respingerebbe. Dal tuo essere mortale estraggo ora – ormai distante – l’aeriforme fantasma che coi tuoi occhi guarda e con le tue mani accarezza, ma che non ti appartiene. È mio, totalmente mio. Mi rinchiudo con lui nella mia stanza e quando nessuno, nemmeno io, sente e quando nessuno nemmeno io, vede e quando nessuno, nemmeno io, sa, prendo il fantasma tra le mie braccia e all’antico ritmo del pendolo, lungo, grave, solenne, cullo il vuoto… (LXVII)
Molto diverse le Cronache da Buenos Aires, le quali, nell’edizione curata da Hildegard E. Keller per Casagrande, riportano una serie di testi scritti tra il 1920 e il 1921 per le rubriche «Feminidades» e «Bocetos femininos» dei giornali argentini «La Nota» e «La Nación». Intrecciando reportage e bozzetto, riflessione critica e narrazione, i testi – tradotti da Marco Stracquadaini – risultano in questo caso piuttosto innovativi sul piano della forma, richiamandosi di fatto, come ricorda la curatrice, al genere delle cronicas, dei «reportage narrativi a metà tra finzione letteraria e giornalismo» particolarmente diffusi nell’America latina del Novecento. In questi brevi testi che partono spesso dall’osservazione di fatti e persone, Alfonsina Storni esamina e riflette sui cambiamenti della società dipingendo, con acume e finezza, una Buenos Aires in piena trasformazione. Interessandosi ora a costumi e tradizioni, ora a mode e nuovi fenomeni di società, l’autrice affronta tematiche varie che ruotano spesso attorno alla figura della donna, protagonista centrale di questi testi che, con grande anticipo sui tempi, difendono l’ideale di una donna libera e indipendente.
Se questa proposta di un femminismo decisamente “avanguardistico” costituisce di certo uno degli elementi di maggior interesse della raccolta, colpiscono in queste pagine la finezza del giudizio e l’autonomia dello sguardo, le quali ricordano la libertà che, sebbene con risultati diversi, caratterizzava la voce dell’io lirico dei Poemas de amor. Mentre sprona a disfarsi di un’immagine femminile inattuale e ad aprirsi a un cambiamento in grado di dare alle donne nuovo spazio nella società e maggior dignità, l’autrice non esita infatti a prendere di mira tradizioni e luoghi comuni, come pure a beffarsi – con un tono ironico e pungente che è tipico dell’intera raccolta – tanto degli uomini rimasti con la mente al passato quanto delle donne che, con la loro mancanza di personalità e il loro comportamento frivolo e leggero, alimentano una visione limitata, impedendo in definitiva di raggiungere una vera liberazione:
“Fossile” è un termine che viene dal latino, e benché il latino sia un idioma che non ha niente a che vedere con noi, persone di sesso femminile, di tanto in tanto ci permettiamo di avvicinarci alla saggia lingua, di riverirla e chiederle, con lieve e timido tremore, il permesso di includerla nella nostra chiacchierata. […] Il leggero tremore aumenta, sospende la mia sollecita comunicazione, e temo di aver esagerato nel trasferire da un pesante libro a questo foglio tanta scienza, così scrupolosamente maschile. (Gli uomini fossili)
L’impersonale, la incontrate a ogni passo per le strade di Buenos Aires, vuota come le canne, flessibile, come loro, alla lode, come loro eretta d’inutile orgoglio e oscura vanità. […] Insomma, in qualsiasi categoria sociale la incontriate, la condotta dell’impersonale spiccherà per l’assenza di qualsiasi forza di sentimento. Perché sacrificare la vita intima del corpo e dell’anima ai dettagli esteriori non è solamente mancare di originalità intellettuale, ma della forza sentimentale necessaria per far valere la propria maniera di essere, e i valori in cui crediamo, sulle suggestioni frivole dell’ambiente. (L’impersonale)
Proprio sul concetto di libertà Storni tornerà a riflettere in vari testi, osservando con accortezza come le apparenti conquiste di quel periodo non siano altro che un miraggio di una liberazione ancora lontana. Alternando al tono ironico e a tratti mordace un’intonazione più seria e severa, l’autrice denuncia il disfunzionamento di una società che cerca di mascherare piuttosto che risolvere, rivelando ancora una volta, oltre all’acutezza dello sguardo, l’assoluta modernità del suo pensiero:
Se è arrivato il momento che le donne siano forti e si oppongano alla vecchia organizzazione della famiglia, per esserlo utilmente e con originalità devono esserlo del tutto, vivendo in maniera conforme ai propri impulsi, immergendosi in pieno nell’asprezza della lotta per la vita, arrischiando tutto per ottenere tutto. Non si vuol dire, con questo, che siamo contrati alle attuali libertà della donna. Le abbiamo sempre auspicate, credendo che nel concederle si procedeva con intelligenza e comprensione del mutevole momento presente. Ma ci è sembrata una comprensione inutile. Per dirlo con maggior chiarezza, la nostra civiltà ci sembra come un organismo gravemente malato che si cerca di curare con delle iniezioni. Senza iniezioni si muore, con le iniezioni si muore lo stesso ma credendo di vivere. (Esiste un problema femminile?)
Un pensiero e una posizione, quelli di Alfonsina Storni, che, come in una sorta di dichiarazione d’intenti, trovano piena espressione nell’ultimo testo della raccolta, il quale consente di cogliere la forza e l’unicità di una figura che, al centro di numerose pubblicazioni uscite negli ultimi anni – tra cui si ricorda, oltre alle traduzioni già citate, il graphic novel realizzato da Katia Piccinelli nel 2016 (Tutto parla di te, Archivio audiovisivo di Capriasca e Val Colla) –, riesce ancora oggi a sorprendere e ad affascinare:
-Ma lei è anarchica, Dio mio. E come lo nascondeva bene! -Ogni artista è nel fondo un poco anarchico. La manifestazione violenta della personalità è l’anarchia più simpatica e più legittima che esista in natura. -Non dica queste cose, o rideranno di lei. La disprezzeranno e le negheranno il diritto di vivere. -E di questo mi lamentavo, infatti. Perciò dicevo che siamo molto fuori posto. Che in questo ambiente abbiamo quasi tutto da perdere e niente da guadagnare. Alle donne, tra noi, che si sono messe in testa di scrivere, dipingere, comporre, pensare, sentire, a queste donne crollano addosso le pareti di casa. Niente risponde a quei loro slanci, niente che sia vero affetto e calore dell’anima. (Cicaleccio)
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(1) Si ricordano, tra le pubblicazioni apparse in Ticino, i volumi Poesie, traduzione e cura di Angelo Zanon Dal Bo, Lugano, Fondazione Ticino Nostro, 1973 e Vivo, vivrò sempre e ho vissuto, a cura di Franca Cleis e Marinella Luraschi Conforti, Balerna, Edizioni Ulivo, 2008. Altre traduzioni sono comparse in Italia: Ultratelefono, traduzione e cura di Pina Allegrini, Chieti, Noubs, 1997; Senza rimedio, traduzione di Lucia Valori e Rosaria Lo Russo, Firenze, Le Lettere, 2011; L’inquietudine del roseto, traduzione e cura di Daniele Lucchini, Finisterrae, 2023.
(2) Verwandle die Füsse, traduzione di Waldtrud Kappeler, Zürich, Verlag der Arche, 1984; Verse an die Traurigkeit, traduzione di Hans Erich Lampl, Zürich, Orte-Verlag, 1995; Poemas de amor, traduzione di Reinhard Streit, Zürich, Limmat Verlag, 2003; Blaue Fledermaus der Trauer, traduzione di Reinhard Streit, Zürich, Teamart Verlag, 2009; Meine Seele hat kein Geschlecht, traduzione di Hildegard E. Keller, Zürich, Limmat Verlag, 2013; Cuca. Geschichten, traduzione di Hildegard E. Keller, Zürich, Maulhelden, 2020; Chicas. Kleines für die Frau, traduzione di Hildegard E. Keller, Zürich, Maulhelden, 2020; Cimbelina, traduzione di Hildegard E. Keller, Zürich, Maulhelden, 2021; Cardo, traduzione di Hildegard E. Keller, Zürich, Maulhelden, 2021; Ultrafantasia, traduzione di Hildegard E. Keller, Zürich, Maulhelden, 2022.