*Non costringete a lungo mio padre dentro una macchinetta. E poi, d’estate, la sete lo tormenta. Berrebbe l’universo, specialmente al tempo del primo fieno, in quella settimana di fine giugno che, se il tempo fa giudizio, si riesce a portar dentro tutto.*
Ripubblicato a più di cinquant’anni dalla prima edizione, *Un giorno della vita *ha un sapore letterario del tutto originale. Il titolo rinvia ai versi finali di una poesia di Mario Luzi, Come tu vuoi: “È un giorno dell’inverno di quest’anno, / un giorno, un giorno della nostra vita”. Il suo senso profondo va tuttavia ben al di là della citazione-omaggio. In un’intervista del 2001, Orelli ricordò di aver sempre pensato che l’idea che si nasce, si vive, s’invecchia e poi si muore era troppo scontata e non confortava la sua mente. “Inclino invece a pensare” diceva “che ogni giorno in qualche modo contiene tutta la vita, e va dunque vissuto con attenzione a se stessi e alla realtà”. Raccontare “un giorno della vita” avrà dunque voluto dire per Orelli concentrare in un breve spazio quanto accade di sperimentare, in gioie e dolori, nel corso di un’intera esistenza.
La poesia di Orelli ha influenzato almeno un paio di generazioni dopo la sua e continua a essere letta e studiata. Ci si potrebbe chiedere allora quale sia stato l’influsso, visibile o sotto traccia, di questo tipo di racconto e soprattutto di questa sua scrittura “gustosa, lievemente eccitata dal suo piacere inventivo, nitida e precisa e sempre imprevista” (Bilenchi e Luzi).
Come che sia, *Un giorno della vita*, che Giorgio Orelli avrebbe voluto riscrivere e rielaborare, è oggi un libro ritrovato, e restituito ai suoi lettori, vecchi e nuovi. E questo è quello che più conta.
(Dalla postfazione di Pietro De Marchi,
Marcos y Marcos)