Le malorose

Von: Sara Catella

Im Bleniotal des frühen 20. Jahrhunderts wird die Hebamme Caterina Capra zur Krankenpflege des Dorfpfarrers gerufen, dessen Tage gezählt sind. Im verdunkelten Zimmer, alleine mit dem Mann, der nicht mehr sprechen kann, erzählt sie von den Sorgen und dem Leid der Landbevölkerung. Ihr Monolog entwickelt sich zu einer regelrechten Predigt. «Die Stimme der Verzweiflung», die aus Caterina spricht, ist vor allem diejenige der Frauen: «mutig, trotz ihrer Verdammnis», von Natur aus unrein, ist ihr einziger Zweck, in Schmerzen zu gebären und Kinder aufzuziehen. Die mündliche, direkte Sprache versetzt die Leserschaft in eine vergangene Welt, deren Themen – die Stellung der Frau in der Gesellschaft, der Tod, die Emigration, die Erinnerung der Überlebenden und, weiter gefasst, ein urteilsfreies Zuhören – immer wieder auf die Gegenwart verweisen. (cbj Übers. rg)

In un’isolata Valle di Blenio di inizio Novecento, la levatrice Caterina Capra è chiamata al capezzale di don Antonio, parroco di Corzoneso, che per un male sconosciuto ha perso l’uso della parola. Abituata a trattare i corpi sofferenti delle donne, quelle «malorose» che aiuta a partorire o qualche volta a «liberarsi», nella quiete della stanza del malato Caterina tenta di scacciare l’imbarazzo raccontando a voce alta quel che si chiede preoccupata la gente. E adesso chi li battezzerà i neonati? Chi leverà alle madri l’impurità del parto? È vero che procreare in un paese senza prevosto porta male? Di fronte al prete inerte e muto, col passare dei giorni Caterina si fa coraggio e, cosciente dell’eccezionalità della situazione, comincia a incalzarlo con pensieri e domande che la tormentano. Come è possibile che alla messa si parli sempre e solo di peccato e si taccia il resto? La vede, don Antonio, la miseria nera, la paura di restare incinte, la vergogna del sangue tra le gambe? La voce schietta e vigorosa della levatrice sale e si gonfia pagina dopo pagina, occupando tutto il silenzio della stanza e accogliendo in sé le voci e le disgrazie delle molte donne che ha incontrato negli anni. È forse per questo dolore antico che il monologo di Caterina prende a tratti il carattere di un corale *j’accuse*, una protesta non priva – per noi che crediamo di vivere in *un altro mondo* – di una sorprendente attualità. (Presentazione del libro Casagrande)