Domino dell'amore

Von: Marina Rezzonico

NINO In quel di Modena, chi ti ricorda ha un’esitazione nel cuore. Ignoranza dolente di figlia. Senza un inizio, con un giudizio incerto striminzito, assistito dal silenzio. La mamma ti nominava con gli occhi bassi. I tuoi gesti, per lei erano gesta. La sua luce di gioventù. Il suo altro mondo dopo il collegio, la diversa prospettiva. Lei finalmente viva. O quasi. Lei che vedeva in te la vita osare. La suggestione della possibilità dentro la villa borghese di Via Emilia, dove la camomilla odorava il caldo dell’estate, che piccola assiepava gli sterrati bordi delle strade fuori dal cancello. Per lei spazio recluso ancora, ma dove i nomi (ninna-nanna) avevano un’ identità e una gerarchia: Nonna Pina, Nino, Annamaria. Saccheggiatore dei gioielli di famiglia, rematore atletico di pedalò, con cui sparivi per interi pomeriggi con fantastiche ragazze, che tornavano a sera arrossate (ridevano gli amici) dal sole e dal Garbino. Campione di compagnia, di canzoni, di allegria. Vacanziere della vita. Anche quel tuo recarti a Lipsia ogni anno, per le fiere dei pellami di cui tu eri esperto, sta dentro un’aura di leggenda. Per il resto, niente in agenda. Se non vivere. No, non hai fatto la fine del topo. Lo avevi promesso. Non ti sei fatto prendere nel buco di cantina oscurato dove stavi murato, con poche ore d’aria, dopo la rotta del regime. Fu uno scatto. La corsa fulminea l’ inconfutabile esistere, la testa nelle gambe le gambe nella testa, dentro l’assoluto a precipizio, la stretta perfetta e irripetibile di corpo e mente. Ti hanno abbattuto nel momento del balzo. Sei caduto ai piedi del muro che stavi per sorvolare. Senza compagni, senza amici, senza il conforto della storia, senza qualifica nella memoria. Solo col tuo volo. Col tuo estremo, aereo assolo. (Alla chiara fonte)

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