> Gridano, non è vero? Ti assediano
> nonostante il buio di un cassetto
> dove hai riposto voci, visi, le storie consumate
>
> ma irrisolte. Sono immagini del mondo:
> quelle atroci ed involute, quelle nere
> che fumano di cenere e di corpi
>
> di vuoti impronunciabili. Talvolta
> le disponi con un ordine
> che assomiglia a una deriva
>
> e non sai, non trovi un senso
> e pesano negli occhi, lo so.
> Le riponi e ritornano.
>
> Ne ritagli altre dai giornali, altre storie
> altre vite. Altre assenze
> o geografie, altre grida farsi roche
>
> e talvolta son le tue, dando voce a chi non c’è.
Raccolta completamente diversa da qualunque cosa abbia precedentemente pubblicato in volume questi *Corpuscoli di Krause* di Fabiano Alborghetti. Poeta solitamente di largo respiro, noto per i romanzi in versi o le ampie narrazioni in poesia, ecco che per la prima volta si confronta con una dimensione più breve restando però fedele alla sua vena civile più profonda, intima, senza mai indulgere al sentimentalismo o al compiacimento retorico. Alborghetti ha fatto della categoria del sogno – e non solo della realtà sociale – una sorta di nostalgia ontologica, una stagione creativa che brucia la realtà.
La realtà di questi Corpuscoli è multiforme: franamenti, pandemie, i conflitti della storia umana spesso inumana e impietosa, dove il tempo affretta e la cronaca parla sempre più dal fondo. A combatterne i disorientati contrasti, a ricucirne i brandelli, ecco lo spiraglio di un punto di domanda. Corpuscoli, sollecitazioni termiche e sensoriali che emergono. Sono istanti, respiro. Forse una traccia.
No, non saremo solo corpi crivellati dall’assenza
ma un ventaglio di miracoli.
Senti quanto ti dura il mondo, dentro.
Dimmi:
da dove cominciamo?
(Presentazione del libro,
Capelli)